04/04/2008
Boicottaggio olimpiadi
Ecco uno dei tanti motivi per cui boicottare le olimpiadi cinesi
intanto iniziano le prime proteste degli sportivi!!! aspettiamo di sapere cosa faranno i "campioni" italiani.... http://www.tibetlibero.org/articoli/CAPITANO_INDIA_RIFIUTA_DI_PORTARE_LA_FIACCOLA.htm
"La Cina è potente, ci resta
solo la forza della verità"
Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.
Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.
Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.
Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".
I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".
Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".
Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".
La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.
"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".
Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.
Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".
Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.
Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".
09:15 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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17/03/2008
Genova
dal sito: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html
di GIUSEPPE D'AVANZO
C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.
Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).
Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"
La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".
Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.
Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".
Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.
È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.
D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.
Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.
Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.
In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.
B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.
Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".
Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".
Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.
Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".
Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.
Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?
(17 marzo 2008)
10:37 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | OKNOtizie |
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21/02/2008
Spot laico
10:45 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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22/01/2008
Non Dobbiamo Dimenticare
Grazie comandante Bulow. (http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/boldrini-morto/boldrini-morto/boldrini-morto.html)
La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
(Pier Paolo Pasolini)
14:57 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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23/12/2007
Tanti Auguri Scomodi
Per chiunque si trovi a passare da questo blog

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
don Tonino Bello
21:05 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | OKNOtizie |
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anti-infortunistica????

Scusi montezemolo ma si è reso conto della pubblicità della fiat?? oppure è impegnato a lanciare demagogiche campagne antimafia? o magari è occupato a lagnarsi col governo, chiedere e contare soldi????
20:30 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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17/12/2007
E' tutto BIANCO

Sveglia, infreddolito mi alzo; occhi impastati che ancora invocano il buio. Mi muovo indeciso se rimettermi nel letto fumante o precipitarti a fare un caffè. Opto per la seconda, arrivo in cucina scosto le tende: ed è tutto BIANCO. Nevica. Che spettacolo. Tutto il paese è avvolto da questo manto, e i rumori la vita sembrano congelati. Anzi assorbiti. Non senti niente, solo le grida di gioia dei mie cuginetti. E intanto continua a cadere, lentamente volteggiando nell'aria con una dolcezza, quasi a chiedere scusa per i "disagi" che crea. Tutto è bianco, come se nella notte una gigantesca e misteriosa mano avesse capovolto la palla di vetro in cui è rinchiuso il mio paesello e adesso, rimessa in verticale, i fiocchi dispersi all'interno si riposizionano a terra. Caffè; mi cambio, carico la macchina fotografica e via fuori sotto la neve a girare tra le silenziose vie. Per stada non c'è nessuno. Ore 9.00 finita la prima messa dalla chiesa escono 5 signore. Secondo caffè al bar, vicino al bancone 2 ordinano dell'antigelo (grappa). Esco; all'edicola si discute su come affrontare meglio il freddo. L'idea migliore è quella di Cesco: nu bellu licertune (parte ci carne del maiale) arrustutu alla vrasce (brace) e vinu. Appoggio la proposta e via nuovamente tra le vinelle a godermi lo spettacolo. il primo anno di ritorno in paese dopo 5 in università sentivo il bisogno di immergermi in questo scenario, in questo miracolo che mi ricorda che nonostante tutti i problemi e le difficoltà la vita è ancora bella, e sono le piccole cose che mi circondano a dare le gioie più semplici, incantate e umane.
p.s. se siete incuriositi ho messo delle foto nell'album
14:15 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |
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15/12/2007
Non aprite al Dalai Lama
Il Dalai Lama viene in Italia e ne il nostro governo, ne il Papa decidono di riceverlo.... (sito: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/summit-nobel/dalai-lama-rimpianti/dalai-lama-rimpianti.html)
per quanto riguarda prodi si sa, meglio non far inkazzare i cinesi poichè le nostre fabrighette devono andare in cina, investire tanti soldi, sfruttare i lavoratori e produrre tanto, rendendo gloria al dio mercato.
differente è il caso del Papa, da cristiano mi da fastidio questo comportamento. quali sono gli interessi che hanno impedito questo incontro?? forse con questo rifiuto la cina consentirà a roma di nominare i suoi vescovi?? mi auguro di no!!! nel nome della spiritualità, della libertà, dei principi che stanno alla base delle due religioni il Papa avrebbe dovuto incontrare il Dalai Lama (come fece Giovanni Paolo II), e lanciare un forte monito contro le violazioni dei diritti e delle libertà da parte del governo cinese e contro il genocidio culturale che sta avvenendo in Tibet. Invece niente.
Amesty International ha lanciato una campagna a favore dei diritti umani in cina, anche in vista delle olimpiadi del 2008, si può sempre organizzare un bel boicottaggio. www.amnesty.it
13:00 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |
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Un natale possibile
Un altro Natale è possibile:
Ci può essere ancora un Buon Natale!
[…] Milioni di bimbi muoiono di fame, malattie, aids:
un bimbo muore di fame ogni due secondi,
11 milioni ne muoiono all'anno per malattie meno gravi di un raffreddore,
centinaia di milioni non inizieranno neanche la prima elementare.
Due mondi, due Natali.
Il nostro è il Natale dell'opulenza, delle luci, dei regali
del consumismo
degli affari.
È un business senza fine,
è uno shopping anche di domenica.
Questo sfavillio di luci natalizie
sembra un meraviglioso "acquario"
in cui guizzano costosissimi pesciolini esotici.
A scrutarlo centinaia di milioni di bimbi dal volto scuro
che guardano affascinati l'acquoso ed esotico luccichio.
Fino a quando la parete di vetro
proteggerà il banchetto degli esotici pesciolini?
Per assicurarci che la parete di vetro sia davvero infrangibile
e ci protegga eternamente da quei visi sognanti di bimbi affascinati
noi investiamo somme astronomiche in armi
Un altro Natale non solo è possibile ma è urgente e necessario!
Boicottiamo il Natale dei pesciolini esotici:
il Natale dei consumi, dei regali, degli affari,
un Natale 'pagano' che ha ben poco da spartire
con quel Bimbo che nasce in una mangiatoia
alla periferia dell'impero, fuori dell'acquario
anche lui indistinguibile volto nero in mezzo agli altri volti scuri.
Diciamo no al consumismo vieppiù indotto e incentivato
e diciamo sì alla festa natalizia della famiglia allargata
a nonni, cugini, zii, nipoti
ma anche alla famiglia dell'immigrato
che lavora per noi o che ci è più vicino.
Diciamo no al decadente e ripetitivo tango di regali,
e diciamo sì ad un consumo critico,
al regalo fatto in casa con amore e con le proprie mani,
o a quello equo e solidale
di lavoro fatto "in dignità".
Diciamo no alla stupida pervasività televisiva
e diciamo sì alle relazioni umane in famiglia,
ritornando a raccontarci gioie e dolori
e a riprendere confidenza con l'immaginario, la fiaba
prendendo a cuore anche la bellezza del celebrare insieme
il fascino del Natale.
Diciamo no alla violenza e alla guerra e diciamolo con fierezza,
e diciamo sì alla pace e alla nonviolenza con evidenza
mettendo bandiere arcobaleno ai nostri balconi
e camminando con uno "straccetto bianco di pace".
Solo così il Natale ritornerà ad essere
la festa della vita
che farà rifiorire la speranza di un altro mondo possibile.
Coraggio, dunque,
ci può ancora essere un Buon Natale!
Padre Alex Zanotelli
12:05 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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03/12/2007
5 x 1000= 1
Il non profit italiano chiede al governo di non approvare il vergognoso emendamento presentato dal Governo all'art. 84 del Ddl 1817 (legge Finanziaria 2008) che stabilisce per il 5 per mille 2008 "la spesa nel limite massimo di 100 milioni di euro". Emendamento che di fatto ridurrebbe il 5 per mille ad uno striminzito 1 per mille! lo scorso anno circa il 60% dei contribuenti ha destianto il 5 per mille, mentre solo il 40% ha fatto una scelta per quanto riguarda l'otto per mille il quale non verrà toccato.
Spedite una email a Romano Prodi, a Tommaso Padoa-Schioppa e Enrico Letta e aderite alla campagna. il sito è: http://web.vita.it/ap/alziamoiltetto/#
22:40 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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01/11/2007
C'è troppo razzismo nell'aria
Credo che la situazione difficilmente cambierà. Oramai siamo immischiati in questa sbornia collettiva di razzismo e xenofobia. Almeno la finissimo con la solita storia dell'italiano solare, ospitale aperto e generoso. Sono tutte cavolate, inventate da noi stessi per nascondere le nostre brutture e schifezze. Apro il sito di repubblica e mi trovo questo articolo: elenco dei crimini connessi dai rumeni. (???) Ma che siamo tornati al tempo delle cacce alle streghe?? Un lista buttata così, su un sito visitato da centinaia di migliaia di persone che effetto può avere?? Quello di aumentare sentimenti di insofferenza, odio e xenofobia. Oggi mi sono guardato quella pantomima di "telegiornale" che è il tg2. Un crescendo di disinformazione. Tutto pieno di cronaca, che alla fine ti vin voglia di ammazzare qualcuno o suicidarti. Ma la puntata di oggi aveva una sottile linea rossa (pardon visto che è il tg2 diremo nera) che legava tutte le notizie. Si cominciava con i servizi su roma, si passava ad un uomo ucciso e la vicenda collegata alla lite con la moglie polacca, per finire con un ragazzino rumeno di 11 anni che a milano ha scippato una borsa.
Oramai siamo all'interno di quest'orgia razzista, un'onda che sta crescendo sempre più. Sapientemente montata dai politici e dai loro servili media, i quali non si rendono conto degli effetti perversi che stanno creando nella popolazione. Oppure si, la paura è un sentimento devastante, che annichilisce l'individuo gli fa fare scelte irrazionali basate solo sull'istinto animalesco di sopravvivenza. La paura spinge le persone nel cercare rifugio verso chi sembra più forte, verso chi è capace di creare un'immagine, un'idea di sicurezza. In nome della paura sei pronto a delegare tutto verso chi si presenta come il tuo salvatore.
Fini che prende e va nel quartiere di tor quintino, giusto per aumentare lo scontro, e accusa il governo di non applicare al norma europea che consente di espellere cittadini comunitari (leggi rumeni) che dopo 3 mesi non trovano lavoro. E, mi domando, un immigrato che lavora in nero?? Signor fini come potrà provarti che un lavoro lo tiene? A cosenza vedevo tutte le palazzine in costruzione, servono per reciclare soldi della ndrangheta, e i cantieri pieni di uomini e ragazzi dell'est. Molti non sono assunti. Allora o colpiamo anche gli imprenditori (definirei prenditori) edili che li assumono in nero, oppure colpire chi è più debole è da persone meschine.
Succede l'omicidio di roma e subito lo stato interviene. Sgomberano il campo abusivo, che da 5 anni era lì. Ma adesso è importante sbattere via quella famiglie, a nessuno interesserà dovere risistemeranno le loro 4 lamiere, però al popolo bue facciamo vedere uno stato forte. Diciamo "italiani vedete? lo stato è con voi. Adesso pagano per quello che hanno fatto. Gli fare un mazzo così". Napolitano che subito firma un provvedimento e via alle espulsioni, "italiani vedete? noi vogliamo difendervi. lo stato è forte". La destra attacca e la sinistra rincorre. "No-no, siamo più sicuri noi". "non è vero vi difendiamo noi da tutte queste orde criminali e puzzolenti". E via a litigarsi per conquistare la fetta + grande dell'odio.
Che tristezza. L'ho già scritto in altri post. Il nostro è uno stato che ha perso, senza credibilità e forza. Uno stato colluso fino al midollo, incapace di lottare contro la vera criminalità, contro i sistemi mafiosi e le collusioni politiche-finanziarie-lobbistiche e massoniche. Uno stato che preferisce fare decreti per combattere abusivi, clandestini, lavavetri persone povere, incapaci di difendersi. Uno stato che prende dalle orecchie un lavavetri e dice al popolo paludente "italiani vedete? adesso ci simo noi a difendervi. non li vedrete +". Il nostro è uno stato che si è arreso. E' incapace di lottare e sconfiggere le mafie. Da me la ndragheta continua a prosperare indisturbata. E tutto questo è alla luce del sole. Li vedi in faccia, vedi cosa fanno, come si comportano. Da noi non possiamo dire che vige un sistema democratico. Da noi non è possibile il voto d'opinione. Le clientele politiche e mafiose soffocano tutto. Anche le primarie del partito democratico sono state drogate dai voti di scambio, dalle clientele di politici, che pronti a riciclarsi nel nuovo soggetto, facevano vedere la loro forze elettorale trascinandosi i voti. E allora che stato è il nostro?? E' facile lottare contro chi è debole e non può difendersi. E' facile sgombrare un campo rom, fare una retata di lavavetri, la gente vede subito e applaude. E' difficile vedere i banchieri corrotti che riciclano i soldi della mafia, vedere lo scambio di voti tra ndranghetisti e politici, li lo stato non può prendere nessuno dalle orecchie e innalzarlo come un trofeo.
Tutti noi dovremmo sforzarci di riflettere di + sulle cose che succedono intorno, non delegare anche la nostra capacità intellettiva. Informarci, senza farci trascinare dal bavero in una posizione o un'altra. Iniziare a conoscere la realtà dell'immigrazione. Conoscere migranti e sentire le loro storie, le vicende vissute e che li hanno portati quì in italia. E' logico, anzi umano, tra loro ci sono criminali e teste di cazzo, ma questo non deve portarci a giudizi sommari e xenofobi, credendoci esseri perfetti che vivono in un paradiso. Non credo di essere un bacchettone malato di buonismo, o peggio un traditore della patria. Io, semplicemente, faccio mia la riflessione di don Milani: "...se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria gli altri i miei stranieri..." (dalla lettera ai cappellani militari 1965)
23:29 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |
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28/10/2007
Mare color del sangue

Ancora morti sulle coste. Ancora nostri fratelli che scappano dai loro paesi in cerca di un futuro diverso dall'oppressione in cui vivono. Ancora vittime (http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/cronaca/immigrat...). Oggi sono 16 ma dal 1988 sono 11.098 morti, di cui 3.856 dispersi uccisi mentre cercano di raggiungere l'europa, mentre si scontrano con il muro che protegge la "fortezza europa". Il bilancio è fatto sommando le morti segnalate dalla stampa. ( http://fortresseurope.blogspot.com/) Tuttavia sono molte di più. persone che non riescono a superare il deserto, con le navi che affondano nelle acque internazionali e di cui noi, e le loro famiglie, non sapremo nulla. Morti nelle carceri (turche o libiche). Eppure la nostra Costituzione all'articolo 10 recita "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge". Solo che il nostro paese non ha ancora una legge sul diritto d'asilo e quindi, dopo averli carcerati nei cpt, li rispediamo a calci nei loro paesi che, la quasi totalità, non garantiscono i diritti contemplati dalla nostra Costituzione. Basta pensare all'articolo 3 che prevede "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Chissà se avranno questi diritti garantiti i 95 iraqeni respinti in un mese da Bari e Ancona...
L'europa non vuole vedere, noi non vogliamo vederli...
(la foto l'ho scattatata durante una protesta al cpt sant'anna (il nome di una santa...) di Crotone. Notate bene il ferro filato. La parte in diagonale è in zinco, e quindi non arruginisce, mentre le punte sono in ferro, che invece arruginisce, in questo modo è garantito che chi si buca prende il tetano. Se poi è un clandestino non andrà mai in ospedale....
20:50 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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24/10/2007
il fuoco e l'acqua
in questi giorni c'è una notizia che ricorre sempre in tutti i tg (non è la crisi del governo o le indagini su mastella). si tratta degli incendi in california e sinceramente ogni servizio che vedo mi manda in bestia (e x fortuna guardo poco i tg). tutti oramai sappiamo cosa sta avvenedo in quella che è una delle regioni + ricche al mondo, tutti sanno i nomi degli attori che stanno per veder andare a fuoco la loro villetta milionaria (oddio la scaleta in oro della piscina si rovinerà). siamo così colpiti che nel mio paesello faremo una veglia in sostegno degli attori così tragicamente provati....ok è sempre un evento tragico e ci sono tante famiglie colpite. quello che mi fa inkazzare non è l'incendio ma l'importanza ossessionante che viene data alla notizia. nel mese di settembre ci sono state delle forti inondazioni in Africa. in 18 Stati le piogge hanno creato danni. ci sono 1 milione di sfollati, 250 morti. senza considerare tutti li "effetti collaterali". ad iniziare dal rischio malattie ed epidemie, la difficoltà nei collegamenti e nel prestare soccorso, i danni all'agricoltura con la minaccia di una possibile carestia. in questi giorni ONG, Chiese locali, la Charitas hanno lanciato appelli per avere aiuti economici ed alimentasi. A voi risulta che questa notizia abbia avuto risalto nei nostri liberi, democratici, obiettivi, ed esaurienti media?? pensate alle ore di servizi dedicati in questi giorni alla california, non si potevano rubare 10 minuti e donarli a 18 paesi africani (domanda retorica)? il popolo bue preferisce sapere, e considerarsi informato, se la villa di tom cruise diventa cenere. a lui cosa diavolo può interessare di una ragazza nel nord Uganda rimasta, veramente, senza niente??che possiamo farci, siamo tutti americani; mica africani.
23:04 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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09/10/2007
inizia il viaggio.....
loreto settimana di formazione dei volontari del servizio civile focsiv; in poche parole uno spettacolare gruppo di scoppiati.....alcuni di loro partiranno per l'estero, altri resteremo in italia poichè anche quì la lotta è dura e necessaria. una persona di cui domenica ricorrevano i 40 anni dell'uccisione disse "Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque,in qualsiasi parte del mondo". questo è il mio augurio per tutti noi, reduci da questa esperienza settimanale e pronti a cominciare quest'anno di viaggio, iniziative, storie, emozioni.

00:30 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | OKNOtizie |
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26/09/2007
Vicini ai monaci birmani

c'è una frase che dovremmo scolpire sui muri dei nostri organi di governo, e recita così: "non sono i popoli che devono avere paura dei propri governi, sono i governi che devono avere paura dei popoli"!!! e il governo, anzi la giunta di militari dittatori e assassini, in myanmar sta avendo paura. ecco perchè ricorre alla strumento che meglio sa utilizzare: la violenza. ogni dittatore, per mantenere il suo potere, si basa sull'uso totale e indiscriminato della violenza, senza la quale sarebbero degli stupidi paranoici. non dobbiamo far cadere nell'oblio la lotta che i monaci buddisti, e ora la popolazione, stanno facendo per le vie delle città. per due motivi, in primo luogo perchè la stanno conducendo per la loro libertà, ma soprattutto perchè si avvale degli strumenti della non-violenza.
vicini ai monaci e fratelli birmani!!!!!!!!!
per info: http://www.birmaniademocratica.org/Home.aspx
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8862
http://www.amnesty.it/pressroom/ra2007/myanmar.html?page=ra2007
23:50 Scritto da: notanio in Oltre la punta del nostro naso | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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