Ricominciamo

Dopo il momento di gloria vissuto per il premio ricevuto (precedente post), reimpostiamo il blog sulla sulla sua solita linea di riflessione, controinformazione e antigoverno (e che palle …… ). In questo periodo il tempo è poco e i post in testa sono tanti, speriamo di trovare qualche minuto per scriverli e piazzarli. comunque, metto un interessante articolo uscito oggi su repubblica.it del politologo ilvo diamanti (http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro-6/mappe-10ago/mappe-10ago.html). mi permetto di aggiungere solo due ulteriori spunti di riflessione che meriterebbero post singoli, anche se già sono stati toccati in questo blog. il primo: nel testo si parla della paura, come viene percepita e diffusa nella popolazione: io mi domando che colpa hanno tutti i mass-media nel propagarla?? Il secondo: le persone hanno paura, o meglio percepiscono un senso di paura riferito ai soggetti migranti, io mi ridomando, ma la paura delle mafie non esiste più?? nessuno si preoccupa di cosa stanno facento questi simpatici omini che fatturano 100 miliardi di euro l’anno e si divertono a sottomettere il sud, infiltrare la politica, controllare l’economia?? certo a differenza del marocchino loro votano e fanno votare, ma la gente non dovrebbe iniziare a porsi qualche interrogativo su cosa stanno facendo le nostre care mafie?? al milanese interessa che gli caccino il rom sotto casa, non gli importa una mazza se tutto intorno al duomo ci sono società finanziaria, banche e money transfer che riciclano i proventi della ‘ndrangheta e le ndrine si sono già infiltrate nei lavori per expò 2015….(se avete pazienza e siete abbastanza “folli” vi consiglio dileggere la relazione della commissione antimafia  sulla ndrangheta la prima dopo 150 anni di storia d’Italia http://www.liberainformazione.org/doc/NDRANGHETA.pdf)

 MORTI SUL LAVORO O SULLE STRADE. QUELLE VITTIME DI SERIE B

Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di “paura”, per esempio, oggi pensiamo immediatamente all’incolumità personale.
E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo
immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli “altri” per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all’impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda “visibile”
la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall’efficacia che realmente
sono in grado di garantire.
Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari.
L’esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l’incidente (auto) stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso
Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all’industria dell’auto. Casi eccezionali, per le proporzioni dell’evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all’emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità.
Quanto agli incidenti sul lavoro (fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide.
Come
ha rammentato di recente il Censis, rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c’è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle “morti del sabato sera”. Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine.
Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché
i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d’Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi).
Circolare è altrettanto – forse più – pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D’altronde, chi si sentirebbe “colpevole”, peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a “evadere” le tasse. Per legittima difesa.
Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli “altri”. (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità.
E’ probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è “socialmente” sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per
vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha “senso”. Come un male incurabile.
Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno “senso”. Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare “irregolarità”. Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati “criminali”. Ciò che fanno non è ritenuto un atto “criminoso”.
Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto
delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori “non in regola”. E nessuno invoca l’intervento dell’esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d’altronde, non sono considerati tali).
Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l’opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po’ di rabbia e tanta rassegnazione.

 

Ricominciamoultima modifica: 2008-08-10T10:48:00+00:00da notanio
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5 pensieri su “Ricominciamo

  1. Proprio oggi c’è un interessante dossier sul Corriere della Sera sulla ‘ndrangheta .Vai a leggerlo! Certo che è molto pericolosa! Poi per trattare un tema più leggero:l’ oroscopo verde:io sono acero e trovo che nelle linee generali corrisponde,ma tutto va preso con un sorriso! Che vuoi?Buona domenica!

  2. me la permetti una pri a riflessione suo tuo post? di quando in quà la paura è una percezione e nno una sensazione che si avverte molto bene? seconda riflessione, non ti pare una forzatura paragonare le mafie varie all’autentica invasione che stiamo subendo?

  3. ahahaha… per fortuna la FIOM è un’organizzazione ancora troppo grande per manifestare in camera tua. Comunque una contropunta sulla nuca l’hai rischiata!
    Sul sito http://www.peacereporter.net puoi sottoscrivere una richiesta al ministro la russa per l’impiego dei militari nelle fabbriche e nei cantieri dal momento che gli omicidi sono 1/3 dei morti sul lavoro.
    (notizia di oggi: il ministro c’ha creduto!!! incredibile)

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